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La solitudine: confortante momento di incontro con se stessi o fredda condizione di isolamento? Quali differenze tra "buona" e "cattiva" solitudine?

Sei seduto nella tua stanza, guardi dalla finestra. Accanto, il tuo letto, i tuoi mobiletti ricolmi di caldi oggetti personali. Qualche vestito buttato qua e là sulla poltroncina, dei peluche le fanno compagnia; una scarpa, intanto, fa capolino da sotto il letto, l’altra... chissà. La luce della tua lampada illumina qualche romanzo che giace sulla scrivania, per poi continuare a colorare flebilmente le pareti. Fuori ci sono gli alberi, le macchine scorrono, le luci dei lampioni si affacciano sul balcone ed entrano in questo caloroso e confortante rifugio. Un senso di solitudine, però, ti avvolge, come una nebbia che offusca i colori circostanti. Un peso permane nel tuo petto, hai cercato di liberartene, ma è sempre lì, dentro di te.

Succede di sentirsi un pò affaticati per le incombenze quotidiane, le responsabilità, i rapporti sociali, soprattutto quelli che coinvolgono persone poco conosciute o i grandi gruppi; capita di sentirsi svigoriti dalle pressioni lavorative, un po’ scoraggiati da bisogni che non riusciamo a soddisfare.

E sentiamo la necessità di chiuderci in noi stessi, nella nostra stanza.

Non è un’esperienza inusuale: possiamo essere ad una festa, al lavoro con i colleghi, a casa con la famiglia, eppure ogni tanto proviamo l’esigenza di un breve periodo in cui stare da soli, senza avvertire costrizione alcuna. Momenti tranquilli ed appaganti che ci aiutano a rigenerare le nostre energie per lanciarci di nuovo all’esterno.

Alle volte, però, questa ricerca di spazi e tempi per stare da soli con se stessi può diventare un gioco avventato.

Dalla ricerca di un pò di solitudine si arriva ad una strada senza uscita, si piomba in un luogo freddo e solitario, dove non c’è un senso confortante di tranquillità.

La solitudine può prenderci alla sprovvista e, da momento di incontro con se stessi, diventa un’opprimente condizione di isolamento.

 

Il tema della solitudine è un tema piuttosto dibattuto, ci sono diverse posizioni riguardo gli effetti prodotti sul benessere psicologico e sociale: alcune tendono ad enfatizzare l’importanza di una ricca vita sociale, altre a delineare i benefici dei momenti di ritiro in se stessi.

Come spesso accade, la verità è nel mezzo e, aggiungerei, negli scopi e nella consapevolezza delle nostre scelte finalizzate al raggiungimento di uno stato generale di serenità.

E’ possibile distinguere tra una “buona solitudine” ed una “cattiva solitudine”?

Si potrebbe dire che la "buona solitudine" è una condizione di ritiro scelta volontariamente dalla persona per staccarsi dalle pressioni quotidiane e riflettere su di sé. La "cattiva solitudine", invece, coincide con una condizione di isolamento in cui si percepisce la sensazione di essere tagliati fuori, di non appartenere e si accompagna a tristezza e desolazione.

 

Potremmo individuare 5 antitesi che rispecchiano i due tipi di solitudine e che rappresentano le due direzioni che avvicinano all’una e all’altra.

1) Sensazione di libertà contro bisogno di aggrapparsi

I momenti di solitudine aiutano a distaccarsi dalle pressioni sociali. Temporaneamente permettono di essere in compagnia di se stessi, senza sentirsi costretti a rispondere alle richieste degli altri. In questi momenti di solitudine è possibile assaporare un senso di libertà che si avvicina alla cosiddetta “privacy”: una situazione liberamente scelta di assenza temporanea di contatti con altre persone.

Nella “cattiva solitudine”, invece, ogni senso di libertà viene offuscato dal bisogno di aggrapparsi ed afferrare qualcosa: si desidera qualcuno con cui condividere un’esperienza, si cerca qualcosa per riempire un senso di vuoto, ma non c’è nulla, si è soli. Questo stare da soli diventa stridente e deprimente, la propria pace e serenità dipendono da circostanze esterne che non si è in grado di cambiare.

2) Senso di connessione contro senso di alienazione

Uno dei lati sorprendenti della “buona solitudine” è la capacità di condurre ad un intenso senso di connessione. Anche se fisicamente soli, ci si può sentire profondamente collegati con il mondo, con gli esseri viventi, con la natura, con una divinità. Si può avvertire una forte vicinanza con le persone care e con gli amici; anche se sono lontani, la “buona solitudine” permette di coinvolgerli nelle proprie esperienze, immaginando di condurli qui in un momento futuro.

La “cattiva solitudine” comporta, di contro, un senso di alienazione e di distacco. Si avverte una disconnessione con il mondo circostante e si guarda al passato, desiderando cose e persone che non ci sono più. I ricordi assumono un gusto acre ed emergono vissuti di tristezza e di ingiustizia.

3) Mente impegnata contro mente vagante

La “buona” solitudine ha la capacità, insieme a quella di connettere con il mondo, di far impegnare una persona nel momento presente con pienezza. Quando non c’è il bisogno di interagire con qualcun altro, di preoccuparsi di come gli altri ci percepiscono, la mente è libera di stare con se stessa e, svuotata dalle pressioni giornaliere, si prende una pausa dal vagabondare da una preoccupazione all’altra, concentrandosi sul momento presente.

Nella “cattiva solitudine”, invece, i pensieri ci allontanano dal momento. Anche se ci si trova in un posto affascinante ed emozionante, le preoccupazioni separano dall’esperienza del qui ed ora. Si sprofonda nel passato, rimpiangendo scelte sbagliate, desiderando di riconquistare la serenità di un tempo. E si guarda con ansia al futuro, preoccupandosi di quello che non si riuscirà ad ottenere e dei momenti difficili che ci attendono. O ancora ci si immerge in un mondo di pura fantasia, sognando quello che vorremmo essere e quello che vorremmo avere. Come in una spirale vorticosa, allontanandosi dalla realtà del momento, crescono tensioni ed angosce.

4) Riflessione contro ruminazione 

In una condizione di “buona solitudine” non ci concentriamo solo sul momento presente.

Essa rappresenta anche una sana occasione per riflettere su di sé, sui propri desideri e progetti futuri, sui ricordi della propria esistenza costruendo un filo narratore che salda la propria identità ed il senso di continuità nello spazio e nel tempo. Si tratta di un processo che può essere molto gratificante.

Ma nella “cattiva solitudine”, la riflessione lascia il posto alla ruminazione ed a pensieri intrusivi e disturbanti: non si gioca più con le proprie idee, desideri e progetti, piuttosto ci si imbriglia in bisogni insoddisfatti ed ostacoli futuri, creando un’onda emotiva di inquietudine.

5) Gratificazione contro senso di imperfezione

Nei momenti più dolci della solitudine, siamo in grado di focalizzare la nostra attenzione su ciò che già abbiamo e lo apprezziamo. Ci piace tutto ciò che è a nostra disposizione, che potrebbe includere cose belle da vedere, il calore del sole, la musica giusta per il nostro stato d'animo attuale o cose utili a cui pensare. C'è un senso di gratitudine e di abbondanza, si è felici di ciò che si ha in questo momento.

Al contrario, la “cattiva solitudine” è improntata alla percezione di carenze ed imperfezioni: la mente si concentra su ciò che ci manca. Il bicchiere è mezzo vuoto. Ci si trova in uno stato di isolamento desiderando ardentemente la compagnia o l'attenzione di qualcuno, la presenza di qualcosa che non c'è. La sofferenza e la desolazione dominano lo stato mentale; tirandosi dietro quello che manca, si perde ogni potenziale ricchezza del presente. Un bisogno così naturale e sano di privacy, uno spazio confortevole e sereno da dedicare tutto a se stessi, diventa un luogo buio e sconfortante.

Distinguere la ricerca di solitudine come momento di incontro con se stessi da forme di evitamento ed isolamento sociale, è molto importante per non reiterare quei comportamenti che per lo più servono a scappare da paure e preoccupazioni e che, solo illusoriamente, riducono la sofferenza.

Sartre sosteneva: "se ti senti solo quando sei solo, sei in cattiva compagnia". 

La solitudine può essere un luogo prezioso di scoperta di sé, uno spazio per ricordare, per sognare e per desiderare, un momento in cui crogiolarsi per le cose belle che ci circondano, per pianificare entusiasti il proprio futuro.

Cerchiamo di conservarlo quale porto sicuro da cui ripartire dopo esserci ricaricati e non solo come meta in cui rifugiarsi per fuggire alle avversità esterne.

Dott. Spinelli