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La rabbia: espressione, scopi e modulazione

Un luogo comune piuttosto diffuso sulla rabbia è che essa sia un’emozione distruttiva e condannabile, da contenere e persino da inibire, in quanto pericolosa ed inaccettabile a livello sociale.

Modelli culturali e sociali, infatti, hanno costruito norme di regolazione della rabbia, spesso tendenti ad una più completa repressione ed al mascheramento dei suoi segnali emotivi.

La rabbia, tuttavia, è un’emozione universale; la provano tutti, esseri umani ed animali.

Se è vero che i sistemi sociali hanno da sempre cercato di modularla e di plasmarne le manifestazioni, la natura e l’evoluzione ce l’hanno concessa ed a qualcosa deve pur sempre servire.

Da un punto di vista evolutivo la rabbia è un segnale preciso che il bambino invia alla persona che dovrebbe accudirlo quando questa viene meno a tal compito, serve per cercare di ristabilire un attaccamento che soddisfi i suoi bisogni, per mettere in guardia l’altro affinché non ripeta il comportamento frustrante, per tornare ad una condizione di gratificazione.

Nell’uomo sarebbe utile alla sopravvivenza quando, piuttosto che essere intenzionalmente diretta a provocare danno a qualcuno, diventa uno strumento per raggiungere qualcosa, nello specifico per difendere ed affermare (da non intendere come imporre) la propria individualità e la realizzazione di sé.

La rabbia ha, come tutte le emozioni, diversi canali espressivi.

Fisiologicamente l’espressione della rabbia converge con l’attivazione del sistema nervoso simpatico: battito cardiaco accellerato, aumento della sudorazione e della pressione sanguigna, irrigidimento muscolare, vampate di calore. Si verificano le tipiche reazioni della risposta attacco-fuga che si attiva quando ci si trova dinanzi ad un pericolo.

Da un punto di vista comportamentale si può assistere ad aggressioni verbali o fisiche, gestualità minacciosa, al colpire qualcosa o qualcuno, ritirarsi dal contatto con gli altri. Queste reazioni, però, dipendono prevalentemente dall’interpretazione che si fa della situazione e dalle capacità di regolazione emotiva.

Generalmente, le diverse teorie psicologiche spiegano la rabbia come una reazione alla frustrazione ed alla costrizione.

Secondo la prospettiva cognitivista questo non sarebbe però sufficiente, in quanto altri importanti fattori (cognitivi per l’appunto) sono coinvolti nella reazione rabbiosa.

In particolare giocherebbe un ruolo essenziale la valutazione che il soggetto fa sulla responsabilità e sulla consapevolezza attribuite alla persona che induce frustrazione o costrizione. Tanto più si attribuisce intenzionalità a chi commette un’azione frustrante, maggiore è il senso di ingiustizia e di torto subito e con essi la rabbia esperita.

Nel vissuto rabbioso, inoltre, il torto subito oltre ad essere percepito intenzionale, viene ritenuto malevolo, immotivato (non meritato) e compiuto da una persona indesiderabile.

Il senso di ingiustizia e la rabbia possono essere vissute anche se non si è direttamente vittima di un danno. Assistere a sevizie o soprusi verso altri esseri umani (e animali) può scatenare un forte sentimento di rabbia sia per empatia e coinvolgimento emotivo con la sofferenza dell’altro, sia perché è stato violato un principio generale, una norma sociale collettivamente condivisa o una credenza soggettiva fortemente difesa, secondo cui “le cose non devono andare così”, quanto accaduto “è sbagliato”. Indirettamente la persona arrabbiata, anche se non personalmente lesa, viene coinvolta. Tuttavia affinché anche in questo caso si possa parlare di rabbia, e non di semplice fastidio, sgomento o irritazione, devono persistere le condizioni di intenzionalità, malevolenza e assenza di una motivazione plausibile precedentemente menzionate.

Va sottolineato che la rabbia non è un’emozione di per sé negativa. Se ben espressa e regolata, se utile ad ottenere un cambiamento di comportamenti disapprovati, a migliorare una relazione, a scoraggiare ingiustizie altrui, a difendere la propria autostima, essa ha un potenziale altamente costruttivo.

Sembra che lo scopo principe compromesso alla base della rabbia sia l’affermazione del sé, la difesa del proprio diritto di esistere ed esprimersi, di essere riconosciuto come persona e, in quanto tale, portatrice di un valore inalienabile. Che non ci diano da mangiare, che ci chiudano in una gabbia, che ci puniscano immotivatamente, che ci abbandonino senza troppe spiegazioni, che si assista a violenze altrui, ciò che è stato violato è l’espressione del sé, il “diritto di esserci”, siano essi rappresentati da regole strettamente soggettive o da norme collettivamente condivise (d’altronde la violazione di una regola sociale condivisa è anch’essa una minaccia al proprio mondo di valori ed alla propria identità).

Se è vero che la rabbia è un’emozione naturale, non patologica e funzionale a preservare la propria identità, diventa problematica quando risulta cronica, intensa, incontrollata ed inappriopriata.

In ambito psicopatologico si riscontrano rilevanti difficoltà di gestione ed espressione della rabbia: nel disturbo borderline di personalità si assiste ad esplosioni di rabbia incontrollabile, elicitata anche da stimoli cui dovrebbero seguire ben altre emozioni; nel disturbo narcisistico si riscontra una transizione dallo stato di vuoto a quello rabbioso (come forma di autocura) ogniqualvolta la propria grandiosità viene messa in discussione; nel disturbo dipendente la rabbia (seppur non riconosciuta) diventa intensa quando emerge alla coscienza del soggetto il senso di obbligo a conformarsi alle aspettative altrui; nell’antisociale essa è caratterizzata da una elevata impulsività; nei disturbi psicotici può facilmente esprimersi in aggressioni e violenze verso se stessi e gli altri.

Numerosi sono, inoltre, gli studi che dimostrano i rischi della rabbia cronica sulla salute, in particolare sul sistema cardiovascolare.

 

Come poter gestire, allora, una rabbia patologica? Di seguito sono presentate alcune indicazioni utili alla sua modulazione:

 

1) Ridurre il senso di ingiustizia: valutare tutte le argomentazioni che possono dimostrare che il colpevole non poteva fare altrimenti (ad esempio che soffre di una grave malattia mentale), che non lo ha fatto intenzionalmente (non lo ha fatto apposta), che vi possano essere alcune “buone ragioni” alla base del comportamento indesiderato (correndo ci ha spinto per terra per spostarci velocemente, ma scappava da un cane furioso)

 

2) Ridurre la personalizzazione del danno (non era rivolto a noi, era già nervoso per quello che gli è capitato prima; capita a tutti)

 

3) Ridimensionare il danno: discriminare il danno provocato dal colpevole dai danni provocati dalle proprie stesse reazioni (alle volte è la propria reazione rabbiosa, piuttosto che l'azione del "colpevole", ad incidere maggiormente sulla situazione problematica); considerare i possibili vantaggi ottenuti dal danno subito

 

4) Valutare le alternative alle proprie facili conclusioni: soffermarsi ad esaminare i fatti e la realtà complessiva in modo meno rapido ed impulsivo tenendo anche conto delle conseguenze di una reazione rabbiosa affrettata

 

5) Migliorare la comunicazione: quando siamo arrabbiati esprimere in modo diretto, completo e socialmente accettabile i propri pensieri e le proprie emozioni; evitare di accusare e criticare l’altro come persona, ma discutere sullo specifico comportamento che ha suscitato la rabbia, conservando un atteggiamento di rispetto verso l’interlocutore

 

Concludo ricordando Aristotele: “Chiunque può arrabbiarsi: questo è facile. Ma arrabbiarsi con la persona giusta, e nel grado giusto, e al momento giusto, e per lo scopo giusto, e nel modo giusto: questo non è nelle possibilità di chiunque e non è facile”.

 

Dott. Spinelli

Riferimenti:

 

- Bowlby J. (1978). Attaccamento e perdita, Vol. 2: La separazione dalla madre. Boringhieri Editore.

 

- Dimaggio G., Semerari A. (2003). I disturbi di personalità. Modelli e trattamento. Stati mentali, metarappresentazione, cicli interpersonali. Laterza Editore.

 

- Everson-Rose SA., Lewis T. (2005). Psychosocial factors and cardiovascular diseases. Annual Review of Public Health, 26, 469 – 500.

 

- Perdighe C., Mancini, F. (2010). Elementi di Psicoterapia Cognitiva. Giovanni Fioriti Editore.