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Come reagiamo ai nostri pensieri ed il vortice della sofferenza emotiva: una riflessione sulla dimensione "metacognitiva"

Ognuno di noi ha delle cognizioni, dei pensieri. Questo è un fatto scontato.

I nostri pensieri, inoltre, possono avere un importante impatto sul tono emotivo e sul comportamento, contribuendo allo sviluppo di un disturbo psicologico.

Immaginiamo una persona che presenti una radicata credenza negativa su di sé del tipo “sono un vero e proprio fallimento”.

Si può ritenere che una percezione di sé siffatta generi uno stato di sconforto e di tristezza, andando ad influenzare le aspettative e le prospettive future, contornate da un velo di negativismo e di ansia. Può accadere che i comportamenti messi in atto da questa persona, con sullo sfondo idee poco felici su di sé e sul proprio futuro, preparino il terreno ad un reale fallimento. D’altronde se io mi considero, credendoci sul serio, un inetto ed un incapace in quanto le cose mi vanno storte e mi andranno storte, perché dovrei impegnarmi più di tanto e combattere per ottenere un meglio che, secondo le mie rappresentazioni del presente e del futuro, è una mera fantasia? Sarebbe inutile, verrebbe da pensare.

Ecco, tuttavia, che le condizioni per una concreta sconfitta sono state già gettate.

Il contenuto dei nostri pensieri muove le nostre emozioni e le nostre condotte. Anche se non ci piace, anche se appare scontato, è così. Sin qui le cose, seppur criticabili, sono piuttosto comprensibili.

Tuttavia non sempre è il mero contenuto ideativo a generare e perpetuare la sofferenza psicologica. Se è vero che a tutti è capitato di avere pensieri negativi e di averli considerati concreti dati di fatto, è allo stesso tempo vero che non tutti coloro che hanno pensieri negativi sviluppano un distress intenso e duraturo. Per queste persone tali pensieri si affacciano alla mente, ma poi van via, come foglie secche su di un fiume.

In diversi casi, infatti, a far da padrone non è il “cosa” pensiamo, ma il “come” reagiamo ai nostri pensieri, il come ci relazioniamo alle nostre esperienze interne, siano esse cognitive o emotive.

Parlare del come reagiamo al pensiero ed alle emozioni significa fare un salto dal livello della “cognizione” a quello della “metacognizione”, là dove per metacognizione si intende un insieme di fattori che controllano, monitorano e valutano le stesse esperienze interne.

Ad esempio metacognizione non è la tristezza in sé, bensì il sentirsi tristi ed il sapere che si è tristi. Dirsi “mi rendo conto di essere triste”, “mi sento triste” è una vera e propria esperienza metacognitiva.

Metacognizione è anche il modo in cui reagiamo a questa tristezza. Decidere di uscire e fare due passi, magari per incontrare un amico, per distrarsi ed alleviare lo stato consapevole di tristezza, è una strategia metacognitiva, sia essa efficace o fallimentare.

Le strategie che adottiamo non sono così spesso coscienti (da non intendere come inconsce); in vari casi vengono applicate in maniera automatica e non sempre funzionano come vorremmo, anzi capita che piuttosto che farci stare meglio, peggiorino la situazione.

Ad esempio, dinanzi ad un vissuto di tristezza o a un momento di sconforto si sceglie di non uscire, di saltare una festa, di evitare un incontro, di non fare quell’attività routinaria che piace. Soli, iniziamo a rimuginare sullo stato emotivo che proviamo, ascoltiamo gli spiacevoli pensieri che ci passano per la mente e……stiamo peggio!

A tutti può capitare quanto descritto e non deve allarmare. Succede.

Il problema sorge quando questo modo di reagire (il “come” appunto) allo stato ad esempio di tristezza ed ai pensieri negativi emergenti diventa ripetitivo, perpetuante, ricorrente.

Immaginiamo cosa accadrebbe se, ogni volta che ci sentiamo tristi e si affaccia un pensiero del tipo “le cose non vanno proprio bene!”, evitassimo, rinviassimo, rinunciassimo al suono delle parole “sono triste, ora non sono nelle condizioni giuste per fare questo o quello”, passando il tempo a focalizzarci su ciò che va storto o a cercare di scacciare immagini e sensazioni indesiderate. Non credo che le cose andrebbero meglio, non credo si risolverebbero; forse, invece, è una spirale negativa ed autoperpetuante ad essere stata avviata.

Se ci si sofferma un attimo a riflettere su questo punto, si comprende che non è il pensiero in sé, per quanto legittimo e credibile, a rinvigorire la sofferenza, ma è il “modo” con cui reagiamo ad esso a costituire un infiammabile carburante.

Di contro possiamo immaginare un’altra persona che di fronte al medesimo pensiero non si abbatte, ma trova invece la spinta a far meglio, a mettersi in gioco; oppure prende questo pensiero come un passeggero del momento e continua, nonostante tutto, a non farsi mancare le sue attività e le sue piacevoli abitudini.

Quanto detto non significa che davanti alla sofferenza bisogna far finta di nulla e proseguire come se niente accadesse, ma che spesso i nostri pensieri vengono considerati come dati oggettivi, elementi fusi con la realtà, finendo per dirigere i nostri comportamenti ed attivando cicli autoinvalidanti.

Ciò che invece si vuole far intendere è il concetto seguente:

se il più delle volte riuscissimo a distanziarci dai nostri pensieri e dalle nostre credenze;

se riuscissimo a considerarli eventi mentali che, seppure credibili, non sono elementi fisici e non rispecchiano una realtà assoluta, ma rimangono pur sempre esperienze interne;

se non li giudicassimo e non reagissimo ad essi con lo scopo di contrastarli a tutti i costi (là dove “a tutti i costi” è un elemento centrale del problema),

forse allora potremmo darci la possibilità di “distaccarci consapevolmente” da essi, di aprirci a nuove forme di esperienza o anche semplicemente di riaprirci alle esperienze di un tempo,

forse ci predisporremmo al superamento di un disagio nel quale da soli ci siamo irretiti.

Dott. Spinelli